La storia di Barid

La storia di Barid: alunno per un giorno di un laboratorio di fotografia

Questa è la storia di Barid.
Barid ha 17 anni e viene dall’Albania.
Barid, una persona vera, con una storia vera, di cui ho fatto la conoscenza… vera.
Barid, un nome inventato.


Ho conosciuto Barid durante un laboratorio di fotografia per minori non accompagnati di un centro d’accoglienza romano.

È buffo come oggi sei lì, dal lato di chi impara e poi, un domani a caso, da un giorno all’altro, ti ritrovi dall’altra parte. Dalla parte di chi deve “insegnare”, dare consigli, tecniche e regole.
È buffo come non solo non lo hai mai fatto, ma ti ci trovi a farlo con loro.

Loro, spaesati, silenziosi, timidi.
Loro, che stanno a sentire ma non ascoltano.
Loro, che ascoltano ma in realtà non capiscono. Non capiscono l’italiano.
Loro, che vivono nello stesso posto parlando almeno una decina di lingue diverse.

Tra loro, come in ogni circostanza di questo mondo, c’è chi è strafottente ed è lì contro voglia, solo perché era una scusa per saltare scuola. C’è chi invece è spigliato e ha voglia di parlare, raccontare, sapere.

E poi c’è Barid.

Siamo in fila all’ingresso del Colosseo. Il laboratorio ne prevede la visita al suo interno. È lì che i ragazzi devono cimentarsi con la fotografia. Captando cose, di vario genere. Osservando la gente, le situazioni. Raccontando il luogo a loro modo.

È buffo – sì, nuovamente buffo – che abbia ancora molto da imparare circa la fotografia di reportage, eppure mi ritrovo a doverla insegnare a loro. Ma cosa devo dirgli? E in che modo, soprattutto? Come faccio a farmi capire e a farli interessare di qualcosa che magari non gli importa affatto?

Siamo in fila all’ingresso del Colosseo.
Tra i ragazzi ce n’è uno che mi colpisce in particolar modo.
Mi colpiscono i suoi occhi, spenti. Di rado alza lo sguardo.
Mi ci avvicino e lo saluto.

“Come ti chiami?”
“Barid”, mi sorride timidamente.
Gli faccio un po’ di semplici domande, per cercare di metterlo a suo agio, dato che non sono molto sicura lo fosse. Chiedo solite cose tipo “quanti anni hai”, “da dove vieni” e simili. Non parla molto, risponde brevemente e senza guardarmi mai negli occhi, se non furtivamente, ogni tanto. Gli chiedo se gli piace la fotografia, fa spallucce. Gli chiedo se vuole fotografare, fa spallucce. Sembra avere la mente da tutt’altra parte. Mentre parlo con lui, qualche ragazzetto del gruppo – di quelli più spavaldi, che si sentono ganzi – si rivolge a lui con qualche sfottò, in albanese.

Non so spiegare il motivo, ma avevo deciso che quella mattina l’avrei dedicata a lui. Perché il suo sguardo potesse cambiare, a fine giornata. Per vederlo, almeno una volta, sorridere.

Barid non può scattare foto col suo cellulare, è rotto.
Senza pensarci due volte, mi sfilo la mia reflex dal collo e gliela cedo. Incerto accetta, ma mi dice che non vorrebbe usarla, che non sa come fare. Ha timore di romperla, presumo. Ma insisto e gli dico di mettersela al collo.

Gli dico che deve fare foto per raccontare quel posto e ciò che succede al suo interno. Certo, il Colosseo – vi starete chiedendo – ma che razza di luogo è per insegnare ai ragazzi a fotografare? Pieno di turisti, di gente accanita a fare foto e farsi selfie. Sì, avete ragione. Infatti, gli ho spiegato che l’intento del laboratorio era quello di raccontare il luogo mediante i suoi occhi, il suo sguardo. Doveva catturare quegl’istanti che secondo lui potessero descrivere la quotidianità di un luogo così caotico e affollato.

All’inizio Barid è impacciato, non si muove se non in seguito alle mie incitazioni. Non prende iniziativa, è lì immobile che si ferma e si poggia al muro di continuo, ogni volta che rallentiamo. È lì, con lo sguardo sempre verso il basso.

Ma io non demordo, no.
Continuo ad insistere, a spiegargli tecniche e trucchetti. Gli spiego come usare la reflex, gli spiego come tenerla, come usare lo zoom, come posizionarsi al meglio per gli scatti.

Barid a un certo punto sembra aver capito. Soprattutto, inizia a interessargli molto l’utilizzo della reflex. La guarda come se si trattasse di un oggetto assurdo, strano da tenere in mano. Per lui è qualcosa di prezioso, mi dice di non averne mai vista una. Pensava che fosse difficile da avere, la vedeva come un oggetto così lontano da lui, anni luce.

Per noi oggigiorno è diventato scontato avere una reflex. Anche per chi non se ne intende, per chi non è appassionato. È un oggetto che ormai quasi tutti abbiamo in casa, perché può esser utile a tutti. In quel viaggio – almeno uno all’anno – che bene o male tutti ci concediamo, o per la recita di un figlio o semplicemente per tenerla lì, nell’armadio.

A Barid questo gioco inizia pian piano a piacere e man mano che la mattinata scorre, lui diventa sempre più autonomo nel fotografare. Prende iniziative, si muove in autonomia.

E qui, io rimango di stucco. E qui che io decido che racconterò di lui.

Eccolo quello sguardo che cambia. Eccolo che non guarda più verso il basso. Eccolo che fa delle foto davvero belle – per essere la sua prima volta in assoluto con una reflex. Eccolo che quando gli dico “ma lo sai che sei davvero bravo?”, lui sorride. Finalmente mi sorride e non perde un secondo di più, prosegue e si mette di nuovo a lavoro, per raccontare con i suoi occhi, come gli avevo chiesto.

Salta su gradini in pietra, si abbassa sulle ginocchia, si piega, si muove, segue i suoi soggetti.
Barid fa cose che io stessa neanche gli avevo detto. Procede in assoluta autonomia, con una dimestichezza spiazzante.

Io mi auguro che a Barid spetti un futuro migliore, mi auguro che possa avere sempre lo sguardo alto, gli occhi luminosi e il sorriso.
Il sorriso di un ragazzo felice.
Il sorriso di un ragazzo giovane, ancora tanto giovane, e spensierato.

Se volevate sapere di più sul suo trascorso, vi deluderò.
Non gli ho chiesto della vita passata.
Non volevo sapere il perché di quello sguardo triste e spento. Di quella timidezza eccessiva, quasi paura.
Non volevo fargli ricordare nulla di brutto.
Volevo solo dargli un motivo per sorridere e per avere speranza.
Magari, un sogno da inseguire.

Sì, perché lui ha davvero talento.
Probabilmente l’avrà scoperto anche lui quel giorno, insieme a me.

Mi ha regalato una giornata che non dimenticherò mai.
Ero emozionata e lo sono ancora oggi quando ci penso.

Penso ad un ragazzo minorenne, senza la sua famiglia. Perché è venuto qui? Cosa gli sarà capitato?
Per me non è un ragazzo straniero. Barid è un ragazzo, e basta. È un ragazzo solo e giovane, troppo giovane.

Le foto che seguono sono suoi scatti, al Colosseo e ai Fori Imperiali, che abbiamo visitato nella seconda parte della mattinata. Non giudicatele come foto da valutare tecnicamente, perché sono le foto di un ragazzo che preso per la prima volta una macchina fotografica in mano.

La storia di Barid
Vista panoramica del Colosseo
La storia di Barid
Un ragazzo immortalato mentre scatta una foto col suo smartphone, all’interno del Colosseo
La storia di Barid
Una famiglia al riparo dal sole, all’interno del Colosseo
La storia di Barid
Ragazzo a riposo, all’interno del Colosseo
La storia di Barid
Venditori di cappelli, all’esterno del Colosseo
La storia di Barid
Mendicante nei pressi dei Fori Imperiali
La storia di Barid
Vista sui Fori Imperiali
La storia di Barid
Un ragazzo si rinfresca un po’ e sciacqua dell’uva a una fontanella, all’interno dei Fori Imperiali
La storia di Barid
Una coppia si concede un po’ di riposo, all’interno dei Fori Imperiali

“Barid allora, ti piace la fotografia?”
“Sì”.

 

 

 

2 pensieri su “La storia di Barid: alunno per un giorno di un laboratorio di fotografia

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