Odissea di un abete bianco

La festa della Pita di Alessandria del Carretto

 

Calabria settentrionale, Alessandria del Carretto, minuscolo centro abitato del cosentino, ultimo baluardo calabro letteralmente a un passo dall’affollamento degli aspri e selvaggi calanchi lucani.

Dopo che nel lontano ‘600 un boscaiolo ebbe trovato un’immagine di Sant’Alessandro Papa Martire all’interno di un tronco d’abete, si cominciò a celebrare con regolarità la Festa della pitë. Nel dialetto locale pitë è il nome dato a un abete bianco che, dopo esser stato abbattuto e diviso in tronco e cima, è trasportato con la sola forza di braccia umane fin giù nella piazza di paese, ove gli stessi tronco e cima sono dunque ricongiunti, issati e trasformati in albero della cuccagna.

 

Giunsero da lontano con i mezzi più disparati e quando arrivarono, non si preoccuparono di chiedere alcun nome né di conoscere le lingue, tantomeno le religioni. La tramontana aveva cominciato a soffiare presto e a pomeriggio inoltrato la sorprendemmo intenta a titillare in ciascuno di noi la voglia di un bicchiere di vino sotto i raggi del sole occiduo. L’aria era giovane, vivace e ricca d’aspettativa attorno a parole e verbi coniugati al passato, un po’ per esorcizzare il timore dell’ineluttabile scorrere del tempo, un po’ per adeguarsi a quel volatile senso di secolarità che diffondeva col progredire del giorno verso la sera. Alessandria del Carretto esibiva pallide rughe profonde e pareva liberare il suo autorevole sguardo tutto attorno, lungo la moltitudine di altopiani dell’appennino calabro-lucano. Seni smeraldo di antiche colline ammiccavano placidamente, impreziositi dal perlaceo grigiore del Sinni che si attorcigliava come un bracciale magico, cangiante alle intermittenze del tramonto.

 

Montammo le tende non lontano dall’ostello del paese, all’inizio di un sentiero che portava da qualche parte più in alto verso il crinale. Sotto di noi Via Difisella si affacciava su un presepe senza tempo di esseri viventi e ricordi, tanto austero ed eterno quanto fragile e decadente, animato dalle luci, dal virtuoso merlettare delle fisarmoniche, dalle lamentele delle zampogne e dalle finestre aperte e vive laddove il cinico fantasma dell’abbandono concedeva una tregua, almeno per una volta all’anno. In lontananza, il resto della Calabria scompariva poeticamente fra i veli nuziali della foschia e il mare pareva un’evocazione, un miraggio pastello partorito dalle nuvole.

 

Ci riunimmo tutti in piazza S. Vincenzo, l’unica del paese, la testa stretta fra le spalle nel timido tentativo di proteggerci da un freddo piuttosto fuori stagione. Mentre mi portavo da un estremo all’altro del perimetro, respiravo e volteggiavo con un entusiasmo di cui, pensai, avevo sentito la mancanza e assecondavo una piacevole e autentica soddisfazione. Quasi tutti coloro nei quali m’imbattevo si offrivano di versarmi del vino e dispensavano sinceri sorrisi di buona accoglienza. Un’epoca sospesa di abbracci, insolito funerale della frustrazione, limbo esoterico dell’esistenza, senza biglietto, né frontiera, né invidia. Un pellegrinaggio, per alcuni catarsi, per altri distrazione, per tutti evasiva condivisione.

Era evidente che fossi lì per la prima volta: non avevo il mio bicchiere personale appeso al collo e pronto per l’uso che, non tardai a scoprire, pare fosse imprescindibile strumento d’accompagnamento durante le celebrazioni della pitë.

 

Bevemmo tanto, forse troppo, pensai, mentre a notte fonda mi accovacciavo per entrare nella tenda, dopo aver impedito agli sbronzi superstiti di rotolar giù a valle e averli accompagnati al loro giaciglio.

 

Eppure il risveglio fu felice, fresco, piacevole, nonostante i miei timori circa eventuali e violenti postumi dei fiumi di vino che ancora sentivo scorrere dentro di me. La domenica si colorava dell’aurora quando aprii gli occhi. Il profilo dell’orizzonte già volgeva al cremisi, reso ancor più brillante dal contrasto con l’alone verde scuro degli immensi querceti che sovrastavano il mio sguardo. Era da tanto, sospirai, niente affatto sorpreso dai primi avventori attrezzati e canterini che già muovevano i loro passi alla volta della pitë.

Erano le nove passate quando ci radunammo sulla terrazza dell’ostello a fantasticare sul paesaggio in cui eravamo immersi e a tessere le lodi dei benefici della montagna, fieri di quei luoghi comuni e felici per il semplice fatto di trovarci lì, in quel momento. Una conversazione in spagnolo di là dal pergolato attirò la mia attenzione. Pensai all’intensità di quell’atmosfera e l’idea che una festa tradizionale in un paese così piccolo potesse essere occasione di un incontro fra culture mi faceva sentire a mio agio, mi soddisfaceva particolarmente. Mi raccolsi i capelli cercando con lo sguardo il tracciato del sentiero. Il percorso ufficiale cominciava poco distante dalla strada provinciale, proprio in corrispondenza della curva su cui sorgeva l’ostello, dopo un cancello che introduceva a un impervio sterrato già pieno di fuoristrada. Una carovana di gente diretta in cima punteggiava il profilo della collina. È ora, sentii dire da qualcuno dietro di me. Con lo zaino in spalla ci muovemmo verso la scalinata, lasciandoci alle spalle il fremito di un paese che per l’occasione si era vestito da crocevia.

 

Il sole ad alta quota era piuttosto ostico. Rivoli di brezza montana ci sospingevano come altalene, mitigando la prevedibile fatica delle nostre membra non completamente abituate a simili percorsi. Era surreale udire il fervido vocio dei partecipanti librarsi nell’aria in ogni parte di quelle montagne, e quando ogni tanto mi fermavo per qualche minuto per liberarmi dello zaino pesante, mi capitava di riconoscere persino tedesco e francese nel marasma di esclamazioni calabresi d’ordinanza. Di tanto in tanto eravamo doppiati da roboanti fuoristrada pieni di gente a gruppi di dieci, quindici individui.

Non appena giungemmo a destinazione, pensai subito che ci avessimo impiegato meno del previsto. Tutto il paese era là e altra gente continuava ad arrivare dietro di noi. Fisarmoniche, tamburelli e zampogne mi avevano preso i pensieri per mano. E se la vita si fosse per qualche motivo allungata lassù? La radura pulsava di rassicurante meridionalità, odorava di carne arrosto e pensai che ci fosse davvero tanto da imparare.

 

La pitë giaceva sul sentiero, perfettamente levigata e armata con i “traviettë”, tiranti montati perpendicolarmente al tronco tramite i quali i volontari avrebbero letteralmente trascinato la pitë lungo il percorso verso il paese. Centinaia di persone bivaccavano tutt’intorno mentre i canti tradizionali risuonavano acuti sotto il tetto del bosco che s’infittiva progressivamente in direzione delle vette. Fummo accolti da un gruppo di ragazzi che avevamo conosciuto la sera precedente. Uno di loro s’avvicinò con una forma di formaggio, me ne diede un pezzo abbondante e si premurò di passarmi con atteggiamento orgogliosamente rituale la metà cava di un limone riempita di vino. Mentre chiedevano informazioni su come avessimo convissuto coi postumi della sbronza, il limone passava religiosamente fra di noi e ufficialmente sanciva l’inizio ufficiale della nostra prima festa della pitë. Poco più che alle undici del mattino ero brillo, sorridevo e pensavo a una possibile Calabria d’altri tempi, lasciandomi accarezzare dal contrasto fra il fascino dolce di un passato soltanto immaginato e il clangore del caduco presente. Tutto sarebbe giunto a una fine, tutto sarebbe tornato a quell’umida normalità che tutti respingevamo con infantile convinzione.

 

Riflettevo su quanto fossimo così abituati a incassare la quotidianità, a tal punto che tutte le ordinarie quotidianità del passato dovevano risultare dannatamente straordinarie. A tal punto che, decisi, mi sarei volentieri rifugiato all’ombra di quella dimensione incontaminata, in cui la diversità, la differenza, la divergenza altro non erano che potenti catalizzatori dell’incontrollabile desiderio di condivisione. Quel giorno non si disegnarono confini, non si rimproverò, non si tentò arrogantemente di stigmatizzare la danza di accenti ballerini, anzi la si magnificò per rinforzare il canto e sentirsi inebriati, appagati, naturalmente parte del paradiso che rotondamente ci circondava.

 

Il silenzio improvviso di alcuni strumenti musicali coincise con l’affastellarsi di persone giù verso il tronco, verso la pitë. Il mormorio mutò registro e gli allegri gridolini si fecero epitaffio vocale per l’abete, sacrificato e destinato a testimoniare l’orgoglio e il verace senso di tradizione che d’istinto era tramandato durante il susseguirsi di quegli istanti. Uomini, donne, vecchi, giovani si distribuirono lungo i tiranti, zaino in spalla, mentre i loro compagni si preoccupavano di somministrargli vino. Il sentiero parve illuminarsi e sollevarsi, fumoso, eccitato eppure timoroso, quasi contrito, striscia di mare caldo pronto ad accogliere l’abete divenuto imponente drakkar di montagna, in bilico prima dell’oceanica discesa. I due vogatori sul dorso del tronco si sbracciavano e sbraitavano, imprecavano e davano indicazioni.

Iamusinnë!

Era ora di partire.

 

E così la pitë salpò con un rombo, fiera e maestosa, imponente nume portatore delle anime dei suoi galeotti, circondata da un alone denso di polvere e urla schiumose come onde marine. Alla prima curva la processione piegò vistosamente e per un istante parve protendersi sul vuoto immaginario del sentiero che, in realtà, digradava leggermente verso valle. Il tronco pattinò mentre lo inseguivamo e tentavamo di immortalarne gli ansimi da prospettive laterali e frontali. Il terreno tremava fragorosamente come alla vigilia di uno smottamento. Il sole rideva sornione di là dalle nuvole, rapide viaggiatrici nel cielo vivo più che mai. La composizione parve perfetta, coi corpi contratti in uno sforzo di liberazione, tesi come anime alla riscossa, con quell’aggrovigliarsi di anime, muscoli e pensieri. La zattera della Medusa di Géricault.

 

Cercai di anticipare il percorso per provare la sensazione di guardare frontalmente l’arrivo della pitë. Mentre trottavo in avanti, realizzai di avere un bicchiere in una mano, mentre con l’altra brandivo impavidamente la macchina fotografica. Da lontano le bandane al collo degli avventori parevano rinfuse colonie di farfalle allo svolazzo. Distinsi il volto di un volontario, lo sforzo scolpito lungo il suo profilo e una smagliante margherita che faceva capolino da dietro all’orecchio. Sentivo i musicanti seduti sul tronco continuare a suonare, trascinati da quella corrente umana così compatta, sinuosa e artistica nel movimento e nell’esistenza stessa. Non vi era traccia di oppressione in quel quadro vivente. Tanto che la meraviglia lasciò un vuoto che continuo a sentire.

 

Il popolo della pitë s’infittì a dismisura lungo il cammino. Gli amici ai travetti erano sostituiti dai loro amici o da amici dei loro amici, o da amici che avevano conosciuto voltandosi verso i travetti retrostanti, o parenti, o lontani conoscenti divenuti parenti o senza legame alcuno. Capitava che qualcuno cedesse alla fatica o al prezzo dell’eccessiva intraprendenza, che qualcuno desiderasse di abbracciare il suo vicino. Anche quando le raffiche di vento imperversavano, anche quando si sentivano troppo ubriachi per accettare altro vino ma alla fine lo accettavano comunque. Diversi travetti si piegarono troppo e si spezzarono, ma comitive di folletti spuntarono dai cespugli ai lati del sentiero per sostituirli prontamente con quelli di scorta.

 

La discesa fu un’orchestra di pause e soste caserecce. Ci si fermava per varie ragioni, riposarsi, ridere fragorosamente, bere un po’ più di vino perché berne in movimento era magari troppo impegnativo, pasteggiare formaggio, affettare salumi, addentare sedani freschi da tenere fra le labbra per un po’, confrontare le proprie provenienze, tradurre la storia della Calabria agli avventori stranieri, lucidare la pelle intrisa di terreno, osservare tutto il verde in concerto, indovinare alberi solitari in lontananza, fatui come allucinazioni nella densità dell’aria. Un compagno d’avventura, originario di Alessandria ma volato altrove molto tempo prima, mi raccontò della pitë dei bambini, l’abete piccolo per i piccoli che volevano sentirsi piccoli eroi ed emulare i loro padri, i loro zii e i loro nonni, ma l’usanza s’era poi dissolta negli anni. Avvertii un diafano, sulfureo senso di malinconia, appena accennato. È bello tutti tornino fin quaggiù, rifletté con poco più di un sussurro, ed è bello che venga così tanta gente da così tanto lontano… ma un tempo era diverso: ai travetti ci stavano i vecchi, quelli che ad Alessandria ancora ci abitavano. Ci s’impiegava non più tre ore a scendere col tronco in piazza e là si faceva festa grande. La festa era già diventata famosa, ma tutto era un po’ più genuino. E invece ora la pitë mi sembra più un raduno per fricchettoni, una specie di fenomeno da baraccone, pane per i denti di fotografi, videomaker e giornalisti. Non fraintendermi, per me è sempre emozionante e quando finisce già mi manca, disse sorridendo, becco sempre gente nuova, un sacco di stranieri, anzi mi sento orgoglioso che la pitë attragga così tante persone. Vedi quel ragazzo con la barba? È venuto apposta dalla Sicilia e s’è portato gli erasmus dalla Spagna. Stamattina mi hanno detto che un gruppo di tedeschi alloggia all’ostello, non parlano nemmeno italiano e non ho capito come abbiano fatto a sapere della festa, ma non fa differenza.

Antiche e rugose foglie che cadono, giovani semi che germogliano.

Vuoi un po’ di vino?

Una nuvola oscurò tutta la valle, rabbrividii per un istante e avvertii una disagevole sensazione di vuoto. Ripensai alla malinconia di prima e mi parve di capirne l’irrazionale significato. Il vino mi manteneva caldo abbastanza ma iniziavo a sentirmi un po’ stanco.

 

Il sole era da poco tramontato quando noi e la pitë arrivammo all’ostello. Mi sembrava che la gente fosse aumentata. Continuavano a cantare, stremati ma felici. Qualcuno si era messo a ballare sulla pitë, qualcuno si era piazzato sui tavoli da pic-nic a mangiare, qualcuno si era appollaiato sui muretti. Mi sedetti su una sedia di plastica accanto all’ingresso dell’ostello dopo essermi liberato dello zaino. Un ragazzo mi si avvicinò, mi strinse la mano e mi porse una birra e un caffè. Così ti riprendi, mi disse ridendo. Sentii il bisogno impellente di stendermi. Avevo bevuto e mangiato così tanto che non riuscivo nemmeno a mettere a fuoco ciò che avevo davanti agli occhi. Mi lasciai andare all’indietro, appoggiai la testa al muro e mi arresi ai massaggi immaginari del torpore che mi pervadeva. Mi godetti il profilo del paesaggio e della gente che lo abitava, esisteva, viveva e si muoveva attorno alla pitë, controluce, con un vegliardo cielo roseo sullo sfondo. Ipnotizzato dalle impavide cornamuse e dal confuso vociare della folla, chiusi gli occhi e mi addormentai all’istante, cullato dall’ingannevole quiete di pensieri stanchi.

 

Con la pitë in piazza S. Vincenzo il cerchio si chiuse. L’imbrunire si mischiava alle luci dei lampioni e a quel particolare freddo che si manifesta a fine giornata sotto forma di rapidi brividi, conseguenza della frizzante aria serale di montagna e della stanchezza da cibo, vino, risa e cammino. Un signore mi spiegò che alla fine della settimana successiva la pitë sarebbe stata messa in piedi e sarebbe iniziata la scalata dell’albero della cuccagna. Io ero particolarmente silenzioso, un po’ più immune agli stimoli emotivi, infastidito da un principio di capricciosa noia provocata, come il solito, dal prosciugarsi delle energie e dalla consapevolezza che tutto stesse inesorabilmente per concludersi. Le orchestrine continuavano senza sosta, la gente si era messa cavalcioni sul tronco, il bar era strapieno come la sera precedente. Cielo e colline cominciavano a confondersi e scomparire alla vista nascosti dall’alone di luce della piazza. Pian piano il presepe si spense, le finestre cominciarono a chiudersi, il paese stava per rimettersi addosso quella sottile patina, quel deposito superficiale che lo avrebbe custodito fino all’anno successivo e protetto come un ricordo, come un romantico rudere, come l’immagine seducente di una dimensione senza tempo in equilibrio perfetto col suo incedere, vittima e carnefice della sua bellezza destinata a cadere come tutte le bellezze. Risalendo verso la Difisella per l’ultima notte in tenda, mi fermai spesso a contemplare in ogni direzione, ora con la fronte corrucciata, ora con gli occhi socchiusi, ora con la testa all’insù, ora sensibile alla potenza inarrestabile del silenzio e dell’eco insolente e impercettibile che cercava d’insinuarvisi. Immaginai la pitë innalzarsi sopra i tetti, fiera e mastodontica oltre il limite dell’orizzonte, e l’espressione dell’eroe vincitore in cima che si aggiudicava il bottino e rivendicava l’anima immortale di quell’angolo di mondo, sempre più piccolo, sempre più vulnerabile. Prima di voltarmi alla fine del muto commiato, trattenni per un istante la foga dei miei inquieti pensieri e restai immobile in una specie di vuoto, come un albatro ad ali spiegate proteso su un imperscrutabile abisso.

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